Alla ricerca di storie

Questa è una richiesta d’aiuto rivolta a tutti gli insegnanti che usano SusyDiario. Ma anche a quelli che non la conoscono ancora e vogliono cogliere l’occasione.

Stiamo preparando la partecipazione ad un congresso (sul quale per scaramanzia non diamo informazioni fino a che non saremo certi!) nell’ambito de “le tecnologie come strumento di facilitazione e sviluppo“. Ovvio che SusyDiario ci va a nozze con questo tema! Ma vorremmo centrare l’attenzione in particolare sui Bisogni Educativi Speciali (BES), intesi nel senso più allargato possibile.

Come probabilmente saprete (e se non lo sapete ancora lo scoprite ora) abbiamo lavorato molto su questo versante: strumenti per il potenziamento ma anche per il recupero; strumenti che rientrano nel novero dei compensativi; un particolare sforzo sull’accessibilità fino ai più recenti strumenti per la creazione di profili personalizzati per gli allievi con difficoltà specifiche. Senza contare il fatto che la possibilità di attivare in maniera semplice la personalizzazione dei compiti e la mera disponibilità di testi sul computer anziché su carta (che consente di applicarvi altre tecnologie per l’accessibilità) sono già di per sé strumento di inclusione.

Dunque le tecnologie non mancano di certo, ma ci piacerebbe molto poter parlare di storie anziché di tecnologie. O quantomeno partire dalle storie per arrivare alle tecnologie. Perchè se è vero che SusyDiario è uno strumento informatico, non ci dobbiamo mai scordare che è fatto per i bambini e per gli insegnanti, e bambini ed insegnanti condividono vite e storie insieme al sapere.

Dunque se avete una storia da raccontarci, nella quale SusyDiario entri come strumento, fatecelo sapere. Basta inviare una mail a autore(chiocciola)susydiario.it con la vostra disponibilità. Poi ci accorderemo su come procedere.

Grazie anticipatamente a chi vorrà aiutarci

SusyDiario partecipa a Bit Bum Bam!

Ho page di Bit Bum Bam

Fino al 13 novembre puoi votare SusyDiario su Bit Bum Bam: concorso di idee e progetti per aiutare con la tecnologia i piccoli a crescere. Siamo nella sezione Per Imparare!

Ci proviamo: ING Direct ha indetto questo concorso i cui premi sono fondi destinati allo sviluppo dei progetti che saranno selezionati. Visto che SusyDiario vive solo di impegno volontario ed è totalmente autofinanziato, un po’ di fondi ci farebbero comodo: connettività, illustrazioni, strumenti software… Sono tante le cose di cui ha bisogno (e che a volte non ci possiamo permettere).

La prima selezione è fatta sui voti raccolti dal pubblico e dunque forza: se pensi che SusyDiario meriti il tuo contributo (minimo: veramente, giusto un click!) va alla pagina del progetto su Bit Bum Bam (https://bitbumbam.it/project_157) e votalo. E poi magari passa parola ai tuoi contatti, agli amici sui social network, a chi può essere interessato.

Più voti arrivano maggiore è la possibilità di andare in finale e se ci arriviamo SusyDiario sarà ancora più bella, più utile e più libera!

Elogio del Blocco Note

In #ltis13 (Laboratorio di Tecnologie Internet per la Scuola 2013, il cMOOC a cui sto partecipando) si parla oggi di linguaggi di programmazione, in termini molto generali e “filosofici“, considerato che il corso non intende andare così a fondo sulle tecnologie; ma con alcune considerazioni che mi hanno in qualche modo emozionato, risvegliando pensieri e sensazioni vecchi di molti decenni.

Scrive Andreas parlando del suo amico T.: “si era lasciato ispirare al punto da creare da solo l’apparato necessario per fabbricare una vera e propria piattaforma didattica, utilizzando esclusivamente il Blocco note“.

Condivido totalmente la filosofia del suo amico T: tutto il software che sviluppo è fatto con blocco note o, da poco, con quella versione giusto un pelo più evoluta che è Notepad2, che aggiunge solo qualche comodità e verifica a ciò che si sta scrivendo, semplificandoti un po’ la vita ma senza tradire la filosofia della semplicità scelta da chi usa l’editore di testi.

Da una parte si tratta di una “scelta di principio“: non utilizzare editor visuali ed ammennicoli vari ti costringe a capire/sapere bene cosa stai facendo, cosa che ti da il controllo totale del risultato. Dall’altra è una questione di amore Si: proprio di amore!

Ormai quasi 30 anni fa, giovane studente di psicologia alla ricerca di una tesi, mi imbattei in un meraviglioso pazzo che mi propose di lavorare su problem solving ed intelligenza artificiale. Solo che tutta la mia “esperienza informatica” era aver giocato un paio di volte con il Commodore 64 di un amico!

La cosa però mi risultava così intrigante da spingermi a proporre di farmi provare e, fattomi prestare quel Commodore, l’ho acceso: e si può dire che l’ho spento solo dopo essere riuscito a capire come fare un giochino (semplicissimo) con il Basic che metteva a disposizione.

Dopo un anno e mezzo (di studio matto e disperatissimo, direbbe Leopardi) mi laureavo con una tesi sperimentale sul software creato da me (con un notevole contributo del meraviglioso pazzo che s’era fidato abbastanza di me da lasciarmici provare!) che usava statistica e intelligenza artificiale, condite con ciò che consentiva la grafica di quell’epoca, per risolvere problemi di psicologia clinica e sperimentale. Era scritto in Pascal… con l’equivalente di blocco note disponibile all’epoca del DOS.

Non ho più smesso: adesso sviluppo applicazioni su internet (didattiche ma non solo) sempre così.

La spinta è stata (e rimane) l’inebriante sensazione di onnipotenza che ti da il poter creare un mondo ex-novo; un mondo che funziona sulla base delle regole che detti tu! Il tutto usando solo parole, numeri, la tua logica… ed un programmino così leggero che già lavorava sul Bios del Commodore 64 e trentanni dopo, con pochissime aggiunte, funziona ancora benissimo!

Naturalmente l’amore è (proverbialmente) cieco, non coglie tutti allo stesso modo e per gli stessi oggetti (e ci mancherebbe!), ma il ricordo della brama che mi ha preso allora e che non mi ha mai più abbandonato, è uno dei fattori che mi fanno rabbrividire quando, parlando di informatica a scuola, si insegna ai bambini a disegnare con paint (erano le due pagine complessive della sezione Informatica del sussidiario di mio figlio!).

L’uso strumentale dell’informatica è utile, comodo ed alla portata di tutti. Ed è fondamentale che non sia necessario conoscere nulla di tecnologie per poterla utilizzare: come non devo sapere nulla di fisica o elettronica per guardare la TV o ascolatare la radio, che pure su queste basano il loro funzionamento.

Ma almeno ai bambini diamo una chance: lasciamogli la possibilità di provare a vedere se questo amore può sbocciare. Usiamo Logo, costruiamo robot, GeoGebra: facciamoli giocare con oggetti virtuali applicando la loro logica. Per diventare spettatori passivi, o prestatori d’opera gratuita in qualche social network avranno tempo tutta la vita.

I contenuti della didattica digitale

Da circa due anni a questa parte, forse tre, ferve il dibattito sulla didattica digitale: convegni, riviste, articoli, blog… Tutto ciò che si occupa di scuola non parla d’altro o, se lo fa, non perde l’occasione per un inciso, magari usato in maniera sarcastica per sottolineare arretratezza, mancanza di risorse o altri scempi che la scuola subisce imbelle o quasi.

Se digitate “Scuola digitale” in Google appaiono 6 milioni e 330 mila risultati: l’altro giorno erano 6 e 310. Google Trends ci mostra l’andamento delle ricerche:

googletrends

L’argomento però è sempre visto in termini di spesa e di mercato: a trainare sono le aziende informatiche che si rincorrono nel presentare soluzioni sempre più avveniristiche dove vicini di banco si scambiano su tablet suggerimenti tramite applicazioni di condivisione che operano nel cloud grazie a reti wi-fi che permettono loro di intervenire alla LIM senza alzarsi dal posto! Non passa mese senza un annuncio da parte di ministeri o enti: nuove sperimentazioni, piani faraonici, hardware a go go e software proprietario.

La nuova eldorado dell’informatica: un popolo affamato di tecnologie che chiede a gran voce investimenti ed una classe insegnante confusa vista più come veicolo di marketing (se convinco l’insegnante è fatta!) che di cultura. Il tutto basato se non sul nulla quantomeno sul pochissimo: il popolo che si indigna per l’arretratezza è quello che popola i social network di disegnini, santini, citazioni sull’amore e “governo ladro!“. Gli investimenti che si immaginano sono quintalate di hardware destinato a divenire obsoleto prima che siano espletate le procedure di gara per l’acquisto o ad ammuffire nell’attesa che il paesello (ma stiamo parlando ad esempio della ricca provincia di Treviso!) sia raggiunto dall’agognata ADSL.

L’insegnante tirato di qui e spinto di là, privo spesso di una preparazione che vada al di la dell’inviare email (senza allegati: non sa caricarli o scaricarli) si divide tra chi cavalca l’onda per stare al passo e dimostrarsi moderno e chi assume atteggiamenti luddisti per non rischiare brutte figure. Più una fetta che fa finta di nulla sperando di arrivare alla pensione prima che il problema si pnga seriamente. Nel frattempo cerca di aumentare la dimestichezza con la bestia svolazzando per EdMondo (ma gli pigliano le vertigini appena sale un po’) e chattando su Facebook con la cugina o la collega tenendo d’occhio di nascosto i profili dei suoi allievi nel timore che possano dire chissà cosa di lui/lei.

MIUR, Indire, CNR, Fondazioni e blog fanno a fgara nel creare collezioni di applicazioni didattiche che il più delle volte sono giochini che non valgono la porzione di disco fisso che occupano; e quando la valgono devono essere installati sul PC per venire usati forse due volte (ammesso che funzionino sull’ultima release di….). Per cui adesso va di moda collezionare Apps che quelle si che sono al passo con i tempi!

E allora mi sorge spontanea una domanda. Ammesso (e non concesso) che tutto ‘sto can can sia fatto per l’evoluzione della didattica – ma secondo me un bel po’ di persone lo fanno considerando esclusivamente il budget di spesa che metterà in moto! – quando sarà tutto così bello digitale, cosa ci metteremo dentro?

Ma come?! Se la rete pullula di filmati didattici che ti insegnano a fare quello che vuoi! Gratis: non hai che da cercare!

– Già: ma tu trovamene uno in italiano…

Ehhh che discorsi: ormai tutti devono capire l’inglese!

– Anche i bambini di prima elementare?!

– …

E poi non sarebbe il caso che prima di imparare a sottotitolare i film, fare slideshare o hypertesti, navigare in full immersion 3D e disegnare sulla LIM dal loro tablet, imparassero l’abbaco e a far di conto (come avrebbe detto Collodi).

Tutte cose che si possono imparare anche usando l’informatica: purchè ci sia qualcuno in grado di insegnarle usando l’informatica!

Già ora tanti arrivano alle medie (pardòn: secondaria inferiore) contando le tabelline sulle dita ed altrettanti senza essere in grado di riassumere il contenuto di una mezza paginetta che hanno appena letto; cosa accade quando non avranno nemmeno più l’abitudine al fastidio di leggersi i contenuti o di fare le divisioni in colonna?

Insomma: ben vengano i ragionamenti sulle tecnologie e le sperimentazioni sui metodi, ma non sarebbe il caso che nel frattempo il paese si dotasse di una classe insegnante in grado di produrre ed usare contenuti digitali? Non sarebbe il caso che prestassimo un po’ di attenzione anche alla loro qualità didattica oltre che alla grafica ed all’animazione? Non avremmo bisogno di sopperire anche al gap culturale insieme a quello tecnologico?

Spalle al muro

Quando un affabulatore incontra un taggatore l’affabulatore è un uomo morto

Parto parafrasando Clint Eastwood (Per un pugno di dollari, Sergio Leone) nel tentativo di descrivere la mia reazione allergico-isterica di fronte all’idea di dover taggare i miei interessi, o quantomeno quella ristretta (si suppone) rosa di interessi che mi ha spinto a partecipare al cMOOC (che, tanto per non smentirsi, noto ora avrebbe un che di bovino che rimanda a praterie montane…. 😉 ).

In altre parole l’obiettivo dovrebbe essere quello di definire tramite una lista di parole chiave, un elenco di argomenti compatibili con una ricerca algoritmica / riordinativa in grado di trarne raggruppamenti lessicali che possano trasformarsi, riunendone i capi, in gruppi di interesse.

Operazione apparentemente banale se applicata ad un contesto tangibile relativamente ristretto; laboriosa se si scava appena sotto la superficie; complessa se si cerca di andare un attimo al di là del mero utensile dialettico; vero e proprio sogno, miraggio, utopia del dataminer convinto che a suon di parole chiave si possa catalogare il mondo intero e, soprattutto il mondo dentro di noi.

Terrore dell’affabulatore, di chi abbia connaturato un modus cogitans di un tipo che definirei intrusivo. Ovvero dove ogni concetto non sta lì ben classificato, ma assume il suo valore nella capacità di fondersi, quasi ibridarsi, in altri apparentemente distanti. Un affabulatore per quanto si sforzi non riuscirà a taggare, perchè ogni tag rimanderà ad altre mille questioni ciascuna delle quali varrebbe la pena di essere valutata di per sé, e magari poi non sarà sufficientemente affine a quanto si sta sperimentando da giustificarne effettivamente l’uso.

Ma sarebbe illecito rifiutare il compito mascherandosi dietro una motivazione di questo genere, anche perchè il compito vero non è “tàggati”, ma piuttosto “medita con calma ed accuratamente su come e dove vorresti taggarti”, addirittura lontano dal PC consiglia!

E allora incamminiamoci.

Mossa numero 1 il metodo. Se un affabulatore vuole arrivare a riuscire a taggarsi deve come minimo iniziare a raccontare, come dire… Prendersi alla lontana nella speranza di riuscire un po’ alla volta a stringersi con le spalle al muro.

E per questa volta è sufficiente: in attesa che il metodo si sostanzi

Dei criteri per dirlo

Ovvero: le parole sono importanti ma non bastano

Penso che viviamo in un’epoca che inventa continuamente nuove parole per evitare la fatica di trovare significati.

Sarà che sono reduce da un Consiglio di Istituto che ha discusso la “valenza didattica di un codice disciplinare della Scuola Primaria” che pretenderebbe di contemplare la sospensione in caso di reiterate mancanze da parte dell’alunno. Peccato che tra le mancanze (e perché non colpe o peccati?!) trovi, tra l’altro “portare a scuola oggetti non pertinenti alle attività” oppure – per fortuna buon’ultima – “abbigliamento non conforme all’ambiente”.

Sarà che sono stufo di chiocciole (@) e duepuntizero (2.0) usati per mascherare dietro a pretesi giovanilismi la debilitante inconsistenza progettuale di troppe istituzioni scolastiche, che trascina con sé la proditoria anemia ideale di tanti, troppi insegnanti e dirigenti che si auto assolvono con la mancanza di risorse adeguate.

Sarà che mi sbatto da mesi per spingere l’idea che dietro ai BSE (Bisogni Educativi Speciali) dovrebbe starci la normalità del pensare che ciascuno è – a modo suo – speciale e che dunque ogni bisogno educativo dovrebbe essere considerato tale, e mi sento rispondere che non ci sono fondi per la formazione degli insegnanti sulle misure compensative. Come se speciale fosse solo chi ha difficoltà a leggere e servisse una laurea per imparare ad usare uno Screen Reader (ammesso e non concesso che quello sia la soluzione!).

Sarà che tra i nuovo traguardi dell’antisociale non riesco a non annoverare i Social Network e che, per quel po’ che li bazzico, vedo prevalentemente girare ricette di dolci, invettive contro la politica, citazioni di canzoni di San Remo, battute più o meno riciclate, santini da esporre in bacheca ed altri eclatanti esempi della virtù del confronto tra pari nell’elaborazione ideale.

Sarà che per il terzo (ed ultimo) anno frequenterò un corso in cui non ci si stanca di sottolineare che la matematica si ama, non si impara! Si deve innanzitutto contare senza spaventarsi del numero di cifre, gestire le tabelline come fatti, capire che tra una somma ed una differenza ci sono solo punti di vista, che una frazione è il multiplo di un concetto chiamato (non per nulla) denominatore… Insomma: che basterebbe giocare con i numeri ed i concetti per amarla, ed invece gente che la odia te la fa odiare imparandola a memoria.

Salvo poi menartela con il claud, il netuorc, il didagheim, piangendo disperatamente a fronte della mancanza di fondi che impedisce di avere un tablet per ciascun alunno (ma se ti ribecco a cercare le risposte in internet con quel telefonino te lo sequestro!). Come se annoiarsi per un’ora su un oggetto SCORM in un LCMS, solo per le sigle inglesi e l’animazione, fosse didatticamente più utile dell’avvicinare due sassi a due sassi e contandoli accorgersi che fanno quattro

Abbiamo una grave carenza di significati che cerchiamo di nascondere sotto una coltre di significanti insignificanti.

Forse è per questo che inizio ad appassionarmi di questo cMOOC (e daje! ;-D): perché a forza di sbattere il naso contro significanti popolari, ma usati papagallescamente, costringe a cercare di capire cosa ci sta dietro. E questo fa bene anche a chi magari lo sa, ma non aveva fatto caso alla cosa fino a che non ha dovuto trovare il modo di tradurre in linguaggio corrente per altri che invece ci cozzano per la prima volta.

E così ora è tutto un fiorire di feeds, RSSOwl, blog, post, XML e vai sklerando. Perché c’è chi sklera! Ma il bello è che per tutti iniziano a significare qualcosa, magari solo un’embrione di concetto, ma che intanto stimola idee: “domani provo a…”. Magari non porterà a nulla, ma vuoi mettere la soddisfazione? Di averlo pensato, provato e magari scartato: ma tu! E non aver letto in un post su facebook di un forum in cui un evangelist immagina una scuol@ interconnessa su smarphone grazie al cloud a cui accedi da wi-fi… Ed esserti lasciato prendere dalla disperazione?!

(dis)orientarsi

L’ultimo post del corso (corso??!) riguarda il Caos, i suoi fili ed i percorsi che vi si possono trovare o che possono nascerne. Giusto per rispettare lo spirito si tratta di un audiopost: nasce con la scusa della scarsità di tempo, ma aggiunge di fatto variabilità.

Andreas usa la metafora del nucleo stellare: quantità incommensurabili di materia – anzi: di nuclei atomici – che sottoposti alla pressione di temperature impensabili per tempi incomprensibili rendono effettivo ciò che le leggi del caso sconsiglierebbero di attendersi: la fusione di nuclei semplici in atomi pesanti con la conseguente “creazione” di materia. Lo so, lo so: nulla si crea e nulla si distrugge! Ma fuor di metafora, ciò che vale per la fisica non altrettanto si applica all’intelligenza: tutto ciò che può trasformarsi, facendolo crea e distrugge… Ma soprattutto crea.

Tendenzialmente però la reazione media di fronte al Caos suona più o meno così: “Bello: adesso però riordiniamo che qui è un casino!”. Perché il caos è mutevole, disorientante, perfido nel privarti delle abituali certezze con cui stampellare la tua insicurezza. Insomma il Caos spaventa come tutto ciò che è inconoscibile ed incontrollabile. Ed il Caos è l’Inconoscibile e l’Incontrollabile.

Malgrado il nostro cervello sia di fatto un’estensione del caos, nata sul ramificarsi casuale di dendriti che sottoposti all’immane pressione percettiva delle prime interazioni tra i nostri sensi ed il mondo esterno si tuffarono a caccia di assoni recettivi; nella sua natura senziente pare vi sia l’irresistibile coazione a categorizzare. Non che ciò sia male di per sé – per carità: sulle categorie si sviluppa l’intelligere.

La parola stessa (nel senso di linguaggio) altro non è che un significante applicato per convenzione ad una categoria che la nostra mente è in grado di proiettare sulla percezione del mondo fisico: “le sedie attorno al tavolo” pur non descrivendo una situazione immanente a me che scrivo ad a te che leggi, con le sue tre categorie (sedie, attorno – cerchi e tavolo) è in grado di accendere immediatamente un’immagine che non sarà certamente la stessa che percepivo io che l’ho scritto, ma che non si discosterà poi molto. Magari il tuo tavolo sarà tondo ed il mio rettangolare; le mie sedi di legno e le tue metalliche, tante vs. poche (altre categorie vaghe…); quell’ “attorno” è estremamente duttile avendo a che fare con il tondo-cerchio ma potendo rappresentare in generale il disporsi lungo un perimetro. Eppure entrambi capiamo perfettamente cosa si intenda. Se non esistessero le categorie non esisterebbe nemmeno una comunicazione in grado di andare oltre i grugniti di sfida ed i segnali di sottomissione.

Ma.

Ma il fatto è che siamo pigri: quando una cosa funziona tanto vale ripeterla, ri-applicarla, ad libitum. Meglio così piuttosto che rischiare con qualcosa di meno noto no?! E quindi se le categorie mi raggruppano gli oggetti perché non usare categorie che, raggruppando le categorie in altre più generali, riducano lo sforzo descrittivo e comunicativo? Certo: il linguaggio si impoverisce, fino al paradosso del “coso per accendere la roba”, efficace solo se il “coso” ti sto chiedendo dov’è mentre tengo la “roba” in mano.

Ecco dunque i primi barlumi di ordine che paiono emergere dal Caos in termini quanto più possibile abituali e dunque rassicuranti: gli insegnanti di una certa materia, oppure “per ordine di scuola” (dove con involontaria ironia si somma al desiderio d’ordine il termine ordine – di scuola – dettato dall‘ordinamento burocratico, che altro non è che parossismo d’ordine!).

Ma – penso io – il Caos della stella, moltiplicando estreme improbabilità per abbacinanti potenze di dieci riesce a comporre ciò che sarebbe virtualmente impossibile – atomi di carbonio – a partire da atomi di elio che altro non sono che casuali accoppiamenti di ioni di idrogeno sballottati in un magma di elettroni eccitati da temperature titaniche. Che accadrebbe se, invece di alimentare questo Caos grazie alla pressione centripeta dell’attrazione gravitazionale ed a quella centrifuga della fusione termonucleare, la stella mettesse ordine creando “categorie”? Probabilmente si ricoprirebbe di uno spesso strato di qualche nanofibra iper resistente fino a soffocare.

Bene dunque: aggreghiamo e combiniamo che in fondo l’obiettivo è questo per tutti! Ma possiamo farlo andando alla ricerca di “steli di rosetta” piuttosto che di conglomerati ordinati che ricorderebbero tanto le sfilate di insetti dell’antico museo di storia naturale, dove si passava, con progressione millimetrica, dai coleotteri quasi visibili, via via fino agli elefanti?

Per parte mia se l’ordinamento fosse quest’ultimo, non potrei che fare la parte dell’elettrone impazzito che balza da un conglomerato all’altro senza mai trovare un’orbita in cui appollaiarsi (alla faccia delle leggi di Plank!)