I contenuti della didattica digitale

Da circa due anni a questa parte, forse tre, ferve il dibattito sulla didattica digitale: convegni, riviste, articoli, blog… Tutto ciò che si occupa di scuola non parla d’altro o, se lo fa, non perde l’occasione per un inciso, magari usato in maniera sarcastica per sottolineare arretratezza, mancanza di risorse o altri scempi che la scuola subisce imbelle o quasi.

Se digitate “Scuola digitale” in Google appaiono 6 milioni e 330 mila risultati: l’altro giorno erano 6 e 310. Google Trends ci mostra l’andamento delle ricerche:

googletrends

L’argomento però è sempre visto in termini di spesa e di mercato: a trainare sono le aziende informatiche che si rincorrono nel presentare soluzioni sempre più avveniristiche dove vicini di banco si scambiano su tablet suggerimenti tramite applicazioni di condivisione che operano nel cloud grazie a reti wi-fi che permettono loro di intervenire alla LIM senza alzarsi dal posto! Non passa mese senza un annuncio da parte di ministeri o enti: nuove sperimentazioni, piani faraonici, hardware a go go e software proprietario.

La nuova eldorado dell’informatica: un popolo affamato di tecnologie che chiede a gran voce investimenti ed una classe insegnante confusa vista più come veicolo di marketing (se convinco l’insegnante è fatta!) che di cultura. Il tutto basato se non sul nulla quantomeno sul pochissimo: il popolo che si indigna per l’arretratezza è quello che popola i social network di disegnini, santini, citazioni sull’amore e “governo ladro!“. Gli investimenti che si immaginano sono quintalate di hardware destinato a divenire obsoleto prima che siano espletate le procedure di gara per l’acquisto o ad ammuffire nell’attesa che il paesello (ma stiamo parlando ad esempio della ricca provincia di Treviso!) sia raggiunto dall’agognata ADSL.

L’insegnante tirato di qui e spinto di là, privo spesso di una preparazione che vada al di la dell’inviare email (senza allegati: non sa caricarli o scaricarli) si divide tra chi cavalca l’onda per stare al passo e dimostrarsi moderno e chi assume atteggiamenti luddisti per non rischiare brutte figure. Più una fetta che fa finta di nulla sperando di arrivare alla pensione prima che il problema si pnga seriamente. Nel frattempo cerca di aumentare la dimestichezza con la bestia svolazzando per EdMondo (ma gli pigliano le vertigini appena sale un po’) e chattando su Facebook con la cugina o la collega tenendo d’occhio di nascosto i profili dei suoi allievi nel timore che possano dire chissà cosa di lui/lei.

MIUR, Indire, CNR, Fondazioni e blog fanno a fgara nel creare collezioni di applicazioni didattiche che il più delle volte sono giochini che non valgono la porzione di disco fisso che occupano; e quando la valgono devono essere installati sul PC per venire usati forse due volte (ammesso che funzionino sull’ultima release di….). Per cui adesso va di moda collezionare Apps che quelle si che sono al passo con i tempi!

E allora mi sorge spontanea una domanda. Ammesso (e non concesso) che tutto ‘sto can can sia fatto per l’evoluzione della didattica – ma secondo me un bel po’ di persone lo fanno considerando esclusivamente il budget di spesa che metterà in moto! – quando sarà tutto così bello digitale, cosa ci metteremo dentro?

Ma come?! Se la rete pullula di filmati didattici che ti insegnano a fare quello che vuoi! Gratis: non hai che da cercare!

– Già: ma tu trovamene uno in italiano…

Ehhh che discorsi: ormai tutti devono capire l’inglese!

– Anche i bambini di prima elementare?!

– …

E poi non sarebbe il caso che prima di imparare a sottotitolare i film, fare slideshare o hypertesti, navigare in full immersion 3D e disegnare sulla LIM dal loro tablet, imparassero l’abbaco e a far di conto (come avrebbe detto Collodi).

Tutte cose che si possono imparare anche usando l’informatica: purchè ci sia qualcuno in grado di insegnarle usando l’informatica!

Già ora tanti arrivano alle medie (pardòn: secondaria inferiore) contando le tabelline sulle dita ed altrettanti senza essere in grado di riassumere il contenuto di una mezza paginetta che hanno appena letto; cosa accade quando non avranno nemmeno più l’abitudine al fastidio di leggersi i contenuti o di fare le divisioni in colonna?

Insomma: ben vengano i ragionamenti sulle tecnologie e le sperimentazioni sui metodi, ma non sarebbe il caso che nel frattempo il paese si dotasse di una classe insegnante in grado di produrre ed usare contenuti digitali? Non sarebbe il caso che prestassimo un po’ di attenzione anche alla loro qualità didattica oltre che alla grafica ed all’animazione? Non avremmo bisogno di sopperire anche al gap culturale insieme a quello tecnologico?

18 thoughts on “I contenuti della didattica digitale

  1. Sottoscrivo in toto! Riflessioni molto intelligenti… Aggiungerei anche: che senso ha caricare sulle spalle di tutti i docenti la responsabilità di avere una LIM in classe, per esempio, e non saperla usare come si deve? Non si dovrebbe prima formare i formatori, almeno sulle basi teoriche, poi fornire la tecnologia e, quindi, chiedere che venga utilizzata al meglio? O forse sto straparlando?

    • Non credo straparli, solo non sono d’accordo con il time planning: a mio parere non dovrebbe esserci un prima ed un dopo ma piuttosto un durante.
      Mi permetto però anche un’osservazione, forse un po’ impopolare, ma per me imprescindibile. Gli insegnanti (anche se generalizzare sarebbe ingiusto e fuorviante, più corretto dire tanti insegnanti o meglio ancora troppi insegnanti) hanno la tendenza progressivamente crescente ad abbandonare la spinta al miglioramento, all’auto-formazione adagiandosi (mai termine fu meno consono!) sul generale sfacelo della scuola per lamentarne le conseguenze.
      Tutte lamentele sacrosante – per carità! – che se forse possono in qualche modo far comprendere l’atteggiamento disfattista, non possono in nessun caso giustificarlo.
      E se v’è qualche dubbio su quanto dico si prendano in considerazione gli insegnanti che seguono il Mooc: qui la depressione non manca ma il disfattismo non è certo di casa!

      • D’accordissimo sul durante, anche se si tratta sempre di un problema di fattibilità perché temo che l’organizzazione scolastica non contempli un periodo di transizione/prova tra un sistema e l’altro: tutto o niente! Certo formazione e azione sarebbero il massimo! Concordo anche sul fatto che c’è un’alta percentuale di insegnanti che si lasciano andare e non si aggiornano più, su niente. Ci possono essere tante motivazioni, avremmo solo l’imbarazzo della scelta, ma forse conviene vederla in questo modo: l’aggiornamento non è un veicolo di crescita personale? l’aggiornamento non mi serve a interpretare ed affrontare meglio la quotidianità scolastica? 😉

      • Al di la della funzione formale: l’aggiornamento non è un modo per conoscere di più e meglio e dunque stare meglio con me stesso?! Fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza…

  2. Anch’io sottoscrivo pienamente al tuo post, Francesco. E Nadia, hai ragione sul formare i formatori – ma forse più che teorica, a un’abitudine della formazione reciproca e reticolare, come quella che abbiamo vissuto e stiamo ancora vivendo nel laboratorio #ltis 13. Anche in gruppi piccoli in presenza all’inizio, perché probabilmente ci sono ancora docenti per chi rimane una seria barriera il crearsi un account per partecipare a una formazione a distanza.

    Cioè ci vorrebbe una trasmissione di quanto si è imparato in #ltis13 non a cascata tipo Niagara (a mo’ di caricatura: “Nei post e nei commenti dei blog #ltis13 troverete quanto vi serve e potete usare il file OPML e i tag del gruppo Diigo per reperirlo”, con l’altro che si chiede “Ma che cavolo sarà un blog, un post, un commento, un file OPML, un tag, Diigo?”, come molti di noi ci siamo chiesti man mano che Andreas ce li introduceva) . Si potrebbe partire invece da situazioni concrete, come riunioni per l’adozione di materiali didattici per una data materia in una data scuola, proponendo rivoli pertinenti del materiale #ltis13 come supporto della discussione, ivi e soprattutto compreso l’approccio “connettivo”.

    Tra quei rivoli, ci sono info sulle normative a volte contraddittorie del MIUR. C’è la necessità della fruibilità per tutti: a livello tecnico (tipi di hardware e compatibilità delle risorse con tutti quei tipi, larghezza di banda ecc.) e soprattutto a livello umano (risorse e strumenti devono essere concepiti in partenza per non escludere nessuno).

    Quando ho visto il tuo post, Francesco, mi stavo chiedendo appunto come, concretamente, noi partecipanti a #ltis13 potremmo facilitare l’uso di rivoli del genere, per trovare informazione e per interagirvi sopra. Ma in quale forma, su quale tipo di supporto? Forse si potrebbe iniziare usando come perno i commenti a questo tuo post.

      • D’accordissimo anche con te Claude.
        Criticità: “ma chi si pensa di essere quello/a per volermi insegnare qualcosa?” approccio diffuso tra chi non ha voglia/interesse di aggiornarsi (e richiamo critica di Francesco)…
        Non so, Claude, sarà il fatto di essere una formatrice (non mi posso ancora fregiare del titolo ufficiale di “insegnante”) all’insegna del precariato costante, sarà il fatto di essere spesso additata come quella “troppo giovane per avere esperienza”, sarà per il fatto che di tante idee/progetti che ho in testa la possibilità concreta di realizzarli è pari al 5% (e sono ottimista), … insomma ho sempre più la convinzione che qui tira brutta aria, con tutti i distinguo e le eccezioni del caso.
        Diciamo che metterei su casa stabile più volentieri nel nostro villaggio virtuale. 🙂

  3. Rivoli…. Giusto! Quando parlo di auto-formazione non mi riferisco (o non solo, o non soprattutto) allo studio di manuali o alla partecipazione a corsi.
    Tutte cose utilissime ma da una parte costose (e qui si converrei con gli insegnanti che ritengono che tali costi debbano gravare sul ministero e non sulle loro tasche!) e dall’altra troppo alla merce’ di mode, orientamenti, “sentito dire”….
    Secondo me i canali dovrebbero essere fondamentalmente due: la pratica quotidiana condivisa e la disseminazione (tra l’altro strettamente collegati tra loro).
    Quello che mi pare sia indispensabile è che gli insegnanti possano avere degli spazi per lavorare assieme e che le cose apprese da un* siano condivise e discusse con gli altri.
    Tra l’altro ritengo che questa pratica stimoli situazioni paragonabili a sedute di brainstorming (ho fatto per qualche anno corsi di problem solving per il management aziendale: si sente?! 😉 ) che è il contesto più creativo che esista e che dunque darebbe – questo si! – l’opportunità di sviluppare nuove strade e nuove pratiche da sperimentare sul campo.
    Strade e pratiche che nascendo dalla vera competenza operativa non risentirebbero (o risentirebbero in minima parte) dei difetti che gravano su un’idea dell’innovazione che parte solo dal mercato!

  4. formare i formatori in pratica certo, ma sarà un mio pallino, tenere conto dello sviluppo dei piccoli: uno sviluppo ontogenetico che ha una via filogenetica, cioè mi chiedo se è necessario che le tecnologie dell’uomo con le quali ha sviluppato secoli di cultura debbano “prima” essere coltivate (linguaggio, comprensione, comunicazione …) e non in contemporanea con le nuove tecnologie “solo” … scrivere in un blog è diverso che parlare e farsi capire o ascoltare e capire (tecnologia di 200000 anni circa …) per un bambino di 6 anni. l’ISTAT ci dice che il 70% della gente non sa più comunicare. il lavoro che abbiamo fatto è figlio anche della nostra conoscenza e cultura… conoscenza e cultura che un bambino di 6 anni non ha … magari è una svista. costruire la conocenza in classe in gruppo forse prima chiede un gruppo di piccoli folleti che imparano a stare insieme ed a comunicare … nulla contro le tecnologie ma chiedersi in che palude siamo e capirne le coordinate.
    luigi

  5. Pingback: Generare un rapporto Diigo – #ltis13 | Bloglillon

  6. Rivoli, pratica quotidiana condivisa, disseminazione. Concordo su tutto quello che scrivete. Nel mio piccolo, vedo la differenza enorme che c’è quando tra docenti si condividono le (buone) pratiche. Ho sentito dire spesso a chi arriva nell’istituto dove insegno che l’aspetto più positivo, nonostante i numerosi problemi che anche noi abbiamo, è il fatto che tra docenti si condivide molto: corsi di autoaggiornamento durante le riunioni di dipartimento, in cui non c’è l’esperto ma chi sa fare qualcosa lo mostra a tutt* (così abbiamo imparato ad usare eTwinning, la piattaforma di elearning Claroline, ma anche la LIM e i libri di testo multimediali, così abbiamo creato i primi blog di progetto e di classe), condivisione di materiali didattici, scelta comune dei libri di testo per classi parallele, condivisione di verifiche e griglie di valutazione, organizzazione collettiva di progetti, uscite al cinema e soggiorni studio ecc. sono la norma tra noi insegnanti di lingue.
    Perché in altre scuole questo non sempre accade e anzi talvolta si cerca di “tenere segreti” i propri materiali? Non lo so, io ho già trovato questa situazione quando sono arrivata e tuttora è così, un contributo essenziale è arrivato anche dalla nostra dirigente che ci ha dato libertà quasi assoluta nell’uso delle 20 ore annue che dedichiamo agli incontri di dipartimento. Certo non tutti i dipartimenti hanno saputo sfruttarla nello stesso modo, però nel corso degli anni la condivisione è aumentata anche nei dipartimenti in cui inizialmente ce n’era meno (ad esempio abbiamo un laboratorio di matematica aperto a tutte le scuole del territorio). Non è un Eldorado, abbiamo i nostri problemi, però siamo in una situazione migliore di altri. Detto questo, sarebbe fondamentale utilizzare quanto imparato in questo MOOC per creare quei rivoli che potrebbero coinvolgere un numero ancora maggiore di persone verso la condivisione di pratiche didattiche innovative.
    Per quanto riguarda i più piccoli (scuola dell’infanzia e primi anni della primaria) la penso un po’ come Luigi, non esagererei con la tecnologia. Certo la LIM fa comodo anche alla primaria, però si fanno tante belle cose anche in progetti quali il Senza Zaino in cui di tecnologia ce n’è il giusto.
    @Nadia: mai fare corsi di formazione prima, non si impara nulla! molto meglio fare corsi di formazione o autoformazione durante… si impara facendo! Quanti soldi ha sprecato il ministero con il piano ForTic anni fa? Molti lo hanno frequentato ma poi non avendo computer in classe non utilizzavano le cose apprese e in quattro e quattr’otto hanno dimenticato tutto!

  7. un risultato èimplicito a ciò che si sta facendo: stare a ragionare su queste cose aguzza l’attenzione sulla didattica: più condividi e più ti appassioni: la passione è attenzione amorevole e forte verso lo stesso oggetto della passionee questa è la radice primaria della relazione educativa …
    stiamo qui col cuore e la mente genera … è certo: come quando t’innamori. quante idee creative per quell’amore …
    luigi

  8. Pingback: Rivoli – #ltis13 « Insegnare Apprendere Mutare

  9. io spero in un continuo.. che ogni anno ci si possa ritrovare come ora.. credo che serva molto infatti la continuità in queste esperienze… anno dopo .anno.. goccia dopo goccia…soprattutto per principianti come me, ma anche per aver il tempo di comunicare ai colleghi il nostro entusiasmo… bilancio? Andreas mi ha fatto conoscere un nuovo territorio e mi ha preso per mano nell’esplorarlo!!!!

  10. Pingback: COME TIRARE I REMI IN BARCAMancano pochi minuti | nonsoloscuola

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